“miseri ruscelli senza fonte…” Dirlo non sarebbe niente. Il guaio è pensarlo. Provare ad accettare quella specie di vortice che risucchia i pensieri, e li scombina. Tanta fatica per niente, un lungo lavoro di osservazione, ricerca, controllo… e poi, conclusioni, affermazioni, certezze. Il vortice nasce dallo stomaco, risale in gola, la strozza e raggiunge il cervello. Si insedia, lo occupa senza tregua, dal centro ai confini. Ne diventa padrone, lo manipola, si insinua e si incolla alle fibre. E comincia la danza dei pensieri. Si scollano, crollano, si avvolgono l’un l’altro, si mescolano e si confondono. Non è servito osservare, nè controllare. I giudizi implacabili si sgretolano, le decisioni più ferme svaniscono. Il motivo è sconosciuto, indefinibile, inafferrabile. Resistere alla gola affamata del vortice è impossibile, non si trova la forza, nè il convincimento. Confusione. Dominante e sfiancante, totale e inarrestabile. La ricerca di un punto fermo è destinata a fallire, la gravità è assente, la concentrazione inesistente. Quella danza di pensieri è oscura, un sabba di desideri e repulsione, un guazzabuglio in cui si mescola la misera volontà e l’insidiosa curiosità. E dirlo è proprio niente. Che male c’è a rimescolare le carte, a rilanciare, a tentare la sorte? Il vero problema è accettarlo. Buttare sul tavolo la posta più alta, e rien ne va plus. Vincere o perdere non conta, giocare è l’invito. Per premio qualche tremito, forse due lacrime, il tempo che volerà di nuovo via. Passato il vortice della tempesta, cosa resta? 

“miseri ruscelli senza fonte…”

Dirlo non sarebbe niente. Il guaio è pensarlo.
Provare ad accettare quella specie di vortice che risucchia i pensieri, e li scombina.
Tanta fatica per niente, un lungo lavoro di osservazione, ricerca, controllo… e poi, conclusioni, affermazioni, certezze.
Il vortice nasce dallo stomaco, risale in gola, la strozza e raggiunge il cervello. Si insedia, lo occupa senza tregua, dal centro ai confini. Ne diventa padrone, lo manipola, si insinua e si incolla alle fibre.
E comincia la danza dei pensieri. Si scollano, crollano, si avvolgono l’un l’altro, si mescolano e si confondono. Non è servito osservare, nè controllare. I giudizi implacabili si sgretolano, le decisioni più ferme svaniscono.
Il motivo è sconosciuto, indefinibile, inafferrabile. Resistere alla gola affamata del vortice è impossibile, non si trova la forza, nè il convincimento.
Confusione. Dominante e sfiancante, totale e inarrestabile. La ricerca di un punto fermo è destinata a fallire, la gravità è assente, la concentrazione inesistente.
Quella danza di pensieri è oscura, un sabba di desideri e repulsione, un guazzabuglio in cui si mescola la misera volontà e l’insidiosa curiosità.
E dirlo è proprio niente. Che male c’è a rimescolare le carte, a rilanciare, a tentare la sorte? Il vero problema è accettarlo. Buttare sul tavolo la posta più alta, e rien ne va plus.

Vincere o perdere non conta, giocare è l’invito.
Per premio qualche tremito, forse due lacrime, il tempo che volerà di nuovo via.
Passato il vortice della tempesta, cosa resta? 

Vola solo chi osa farlo (L. Sepulveda)
lo giuro un passo dopo l’altro su quelle scale, lo giuro: le salirò finchè tutti gli anni che mi toccano saranno passati e avrò compiuto il pezzo di strada che ancora non avevo nemmeno intravisto. lo giuro, scendendo gli stessi scalini: ogni mattino ogni sera, il rumore pesante di ogni passo seguito da un altro sarà il sottofondo del ritmo del cuore, lo giuro lo giuro lo giuro lo giuro. Ogni sbatter di porta, lo giuro, fossero eterne le ore di stanchezza, io ancora lo giuro. E poi lo giuro per ogni risveglio che porta alla meta, lo giuro per ogni sera che riposa le membra. Lo giuro per la fatica sincera dell’onesto lavoro, lo giuro per tutte le volte che l’ho sognato sperato immaginato desiderato. Per ogni volta che ho detto “magari”, lo giuro. Lo giuro per il sogno che coltivo, per la speranza che mi anima, per la voglia di riuscire, lo giuro. Per le lacrime che ho versato, vere, come mai così vere ne ebbi prima, calde, irrefrenabili, dense, cariche, pure: su quelle lacrime lo giuro. In memoria dei giorni che ho passato vergognandomi del dolore incomprensibile agli occhi altrui, per i minuti interminabili di silenzi che avrei rotto con un grazie che si è strozzato in gola, io lo giuro. Lo giuro per i momenti delicati in cui ho potuto piangere per un sentimento così strano, fatto di malinconia, devozione, magia, riconoscenza e stupore. Lo giuro per il senso che cerco e non trovo, per un senso che forse non c’è ma posso quasi toccare.. Per ogni volta che di nascosto ti guardo e non sei vero ma mi guardi, lo giuro. Per ogni volta che ti rivedo precedermi, e ricordo l’imbarazzo, l’emozione, il desiderio di non deluderti, lo giuro. Lo giuro, lo giuro. Ti giuro che mai, nemmeno un istante, sarò manchevole davanti al rispetto che provo. Ti giuro che mai, quando sarò debole, quando sarò presuntuosa, quando sarò incapace, crollerò. Ti giuro che mai, davanti alla difficoltà più ardua, lascerò le armi. Ti giuro che sempre, davanti a tutti e davanti a me, terrò alta la testa e saldi i propositi. Quel “grazie” non potrà mai più essere udito. Ma tintinna dentro il mio cuore che batte su quelle scale a salire, a scendere, nel ritmo solido e tenace che la tua fiducia ha scolpito dentro me. E allora te lo giuro, mai, mai, ovunque tu sia, potrai pentirti di avermela donata. Sempre, per sempre, te lo giuro, sarai fiero di me.

lo giuro

un passo dopo l’altro su quelle scale, lo giuro: le salirò finchè tutti gli anni che mi toccano saranno passati e avrò compiuto il pezzo di strada che ancora non avevo nemmeno intravisto.
lo giuro, scendendo gli stessi scalini: ogni mattino ogni sera, il rumore pesante di ogni passo seguito da un altro sarà il sottofondo del ritmo del cuore, lo giuro lo giuro lo giuro lo giuro.
Ogni sbatter di porta, lo giuro, fossero eterne le ore di stanchezza, io ancora lo giuro.
E poi lo giuro per ogni risveglio che porta alla meta, lo giuro per ogni sera che riposa le membra.
Lo giuro per la fatica sincera dell’onesto lavoro, lo giuro per tutte le volte che l’ho sognato sperato immaginato desiderato.
Per ogni volta che ho detto “magari”, lo giuro.
Lo giuro per il sogno che coltivo, per la speranza che mi anima, per la voglia di riuscire, lo giuro.

Per le lacrime che ho versato, vere, come mai così vere ne ebbi prima, calde, irrefrenabili, dense, cariche, pure: su quelle lacrime lo giuro.
In memoria dei giorni che ho passato vergognandomi del dolore incomprensibile agli occhi altrui, per i minuti interminabili di silenzi che avrei rotto con un grazie che si è strozzato in gola, io lo giuro.
Lo giuro per i momenti delicati in cui ho potuto piangere per un sentimento così strano, fatto di malinconia, devozione, magia, riconoscenza e stupore. Lo giuro per il senso che cerco e non trovo, per un senso che forse non c’è ma posso quasi toccare..
Per ogni volta che di nascosto ti guardo e non sei vero ma mi guardi, lo giuro.
Per ogni volta che ti rivedo precedermi, e ricordo l’imbarazzo, l’emozione, il desiderio di non deluderti, lo giuro.
Lo giuro, lo giuro.
Ti giuro che mai, nemmeno un istante, sarò manchevole davanti al rispetto che provo.
Ti giuro che mai, quando sarò debole, quando sarò presuntuosa, quando sarò incapace, crollerò.
Ti giuro che mai, davanti alla difficoltà più ardua, lascerò le armi.
Ti giuro che sempre, davanti a tutti e davanti a me, terrò alta la testa e saldi i propositi.

Quel “grazie” non potrà mai più essere udito. Ma tintinna dentro il mio cuore che batte su quelle scale a salire, a scendere, nel ritmo solido e tenace che la tua fiducia ha scolpito dentro me.
E allora te lo giuro, mai, mai, ovunque tu sia, potrai pentirti di avermela donata.
Sempre, per sempre, te lo giuro, sarai fiero di me.

proprio non posso ostinandoti non otterrai nulla. vale per te. la direzione netta in avanti senza possibilità di curve a gomito e ritorni, senza mai la breve indulgenza di un passo indeciso tra l’avanti e l’indietro, vale per ogni tua mossa. l’ostinazione ti porta ancora avanti, ma è ostile al tuo sentire, e non servirà per sempre fingere di non saperlo. ostinandomi, d’altro canto, io cosa ho ottenuto? anni di solitaria testarda mania, una specie di voto, un eterno fioretto “dio mio, fa’ che decida, fa’ che torni sui suoi passi”. in cambio io dono la mia vita, e se per caso ogni tanto, confusa da bagliori che oro non sono, attratta da sirene immaginate o persa in pensieri migliori, riesco ancora a sentirmici libera, chiedo scusa per aver tentato di vivere davvero. non è servito sapere che mi sarei chiusa in una gabbia che giorno per giorno avrei costruito io stessa, so che fingerò ancora. ma proprio non posso dirti che domani mattina avrò chiara nella mente la parola “basta”. proprio non posso pensare nemmeno di saper salpare per un lido diverso dal mio e raggiungerlo fiera senza potertelo descrivere e sapere che capisci e immagini con gli stessi miei occhi. non è ancora possibile che il passo in direzione inversa lo faccia io, che guardandomi dentro ritrovi un angolo mio che tu non abbia contaminato con questo snervante onnipresente continuo pensiero preciso di quale sia l’odore del mare o il silenzio che riesce a farti entrare dentro, e che più scende e più smuove i pensieri e allora poi, se non approdi, il rumore diventa infernale e quel silenzio è un’eco perfetta per renderti sordo. come posso credere di poter prendere un treno, guardarti da lontano mentre ti si curva sempre di più la schiena, tentando di abituare il mio sguardo al tuo volto che cambia più in fretta del mio, senza che io abbia mai potuto godere del passaggio che la tua bocca ha fatto dal rosso carminio a quello più scuro, senza poter passare un dito a misurare la lunghezza di rughe che non ho saputo immaginare al posto giusto sulla carta del tuo viso che con la mente ho percorso per anni, cercando la rotta, ‘chè il porto lo conosco bene, ma continuo a non saperlo raggiungere. guardarti nel freddo settentrionale che ti ha rattrappitto il sangue nelle vene e i sogni nel cuore, e ha convinto ogni tua cellula ad arrendersi a un moto perpetuo circolare che non porterà mai altrove. non ce la faccio. non i tendini, non i muscoli, non i nervi, non più un piccolo impulso dal cervello riesce a sostenere l’idea che tu sparisca dalla visione dell’orizzonte, che si sta curvando fin quasi a sparire, che si annebbia man mano che si allontana, ma fisso nel mezzo ha pur sempre quel punto di luce che mi costringe a tener alto lo sguardo.  proprio non posso distrarmi, abbassarlo un momento e riposarlo. se alzandolo non ti trovassi ancora lì, stagliato nel centro, proprio non potrei saper come vivere altrove.

proprio non posso

ostinandoti non otterrai nulla.

vale per te. la direzione netta in avanti senza possibilità di curve a gomito e ritorni, senza mai la breve indulgenza di un passo indeciso tra l’avanti e l’indietro, vale per ogni tua mossa. l’ostinazione ti porta ancora avanti, ma è ostile al tuo sentire, e non servirà per sempre fingere di non saperlo.

ostinandomi, d’altro canto, io cosa ho ottenuto? anni di solitaria testarda mania, una specie di voto, un eterno fioretto “dio mio, fa’ che decida, fa’ che torni sui suoi passi”.

in cambio io dono la mia vita, e se per caso ogni tanto, confusa da bagliori che oro non sono, attratta da sirene immaginate o persa in pensieri migliori, riesco ancora a sentirmici libera, chiedo scusa per aver tentato di vivere davvero. non è servito sapere che mi sarei chiusa in una gabbia che giorno per giorno avrei costruito io stessa, so che fingerò ancora.

ma proprio non posso dirti che domani mattina avrò chiara nella mente la parola “basta”. proprio non posso pensare nemmeno di saper salpare per un lido diverso dal mio e raggiungerlo fiera senza potertelo descrivere e sapere che capisci e immagini con gli stessi miei occhi.

non è ancora possibile che il passo in direzione inversa lo faccia io, che guardandomi dentro ritrovi un angolo mio che tu non abbia contaminato con questo snervante onnipresente continuo pensiero preciso di quale sia l’odore del mare o il silenzio che riesce a farti entrare dentro, e che più scende e più smuove i pensieri e allora poi, se non approdi, il rumore diventa infernale e quel silenzio è un’eco perfetta per renderti sordo.

come posso credere di poter prendere un treno, guardarti da lontano mentre ti si curva sempre di più la schiena, tentando di abituare il mio sguardo al tuo volto che cambia più in fretta del mio, senza che io abbia mai potuto godere del passaggio che la tua bocca ha fatto dal rosso carminio a quello più scuro, senza poter passare un dito a misurare la lunghezza di rughe che non ho saputo immaginare al posto giusto sulla carta del tuo viso che con la mente ho percorso per anni, cercando la rotta, ‘chè il porto lo conosco bene, ma continuo a non saperlo raggiungere. guardarti nel freddo settentrionale che ti ha rattrappitto il sangue nelle vene e i sogni nel cuore, e ha convinto ogni tua cellula ad arrendersi a un moto perpetuo circolare che non porterà mai altrove.

non ce la faccio. non i tendini, non i muscoli, non i nervi, non più un piccolo impulso dal cervello riesce a sostenere l’idea che tu sparisca dalla visione dell’orizzonte, che si sta curvando fin quasi a sparire, che si annebbia man mano che si allontana, ma fisso nel mezzo ha pur sempre quel punto di luce che mi costringe a tener alto lo sguardo. 

proprio non posso distrarmi, abbassarlo un momento e riposarlo. se alzandolo non ti trovassi ancora lì, stagliato nel centro, proprio non potrei saper come vivere altrove.

“…troppo”. Se l’è chiesto, ripassando a mente frasi e risposte, se l’è chiesto molte molte volte, dopo averlo salutato dal fondo della salita mentre, volente o nolente, si rituffava nella quotidiana temperie. Bene. Che risposta si era data? Si può immaginare?  No, no. Proprio impossibile. Si è ripetuta diverse volte, prima accasciandosi leggermente intontita sulla sdraio abbandonata in mezzo al prato dalla notte precedente, poi, leggermente afflitta, rimettendosi a letto. “E’ presto”, si è detta, scusandosi con se stessa di quel desiderio di compiaciuta sofferenza, “è presto, ho dormito poco…” e si è proprio rimessa a letto. Naturalmente, come una bambina confusa, ha tentato scioccamente di ritrovare tracce di un odore, di un segno. Ma è mattina inoltrata. I segni non ci sono più. Sono più forti l’odore di temporale che sopraggiunge e del bosco in fermento, molto più evidenti i segni sotto i suoi occhi. E non sono occhiaie, sono pieghe, semplici pieghe di stupore. Stupore. Vega si vede chiaramente, come aveva fatto a dimenticarlo? Ha scrutato il cielo miliardi di volte, e ieri sera anche di più… Eppure non è caduta una sola stella, non una che abbia fatto la cortesia di avverarle un pezzo di desiderio, solo un pezzetto accidenti.  Più la voce si faceva morbida, più il cielo si rannuvolava. Eh no, eh no, sono anni, secoli e non si sa quante notti che aspetta di condividere un pezzo di stramaledetto sasso sperduto come lei in una quantità di cielo troppo vasta per capirla ma sufficientemente ampia per affidarle almeno metà dei desideri inespressi e mai esauditi! eppure, niente. Niente. Magari fosse così. La galassia ce l’ha nei pensieri. Vorticano talmente accelerati che difficilmente si possono distinguere dal batticuore. “…ma che razza di idiota. Che razza di scema!” “sei sempre te stessa…”, le aveva detto una settimana prima. Mmmm. Non che sia chiaro… voleva certo essere un complimento e lo è stato. Ma se per caso, solo per caso, cadendo, una minuscola stella, magari la più lontana e sconosciuta, stanotte, fosse precipitata nel bel mezzo di quei discorsi confusi, incendiando il tavolino sufficientemente piccolo ma non abbastanza per quella cena amichevole, ribaltando le sedie leggere da supermarket, rovesciando il vino, portando un po’ di caos in quella calma apparente e voluta, per una volta, per un attimo, per una sola notte e poi magari mai più, avrebbe detto così: “voglio fare quello che voglio io”. Ecco, l’haiku dei desideri espressi durante la caduta di una stella. E non sentirsi dire, poi, in quel magico contatto di mani e di pensieri “tu non sei egoista…” e pensare, passato il momento di vanità, macheccavolo, io VOGLIO essere egoista! “Voglio ricambiare questa carezza, accidenti. Voglio che sia molto chiaro che quel che stai pensando tu lo penso anche io. E poi non me ne importa un accidente dei tuoi turbamenti, ho già i miei da smistare, capire, verificare e magari soddisfare, ah!!” Ecco. Ci va un momento a pensare questo. Più veloce della stella cadente mancata. E ci va molto meno a sorridergli al buio, a pensare che è meglio così. A dirgli solo “sì, ma è anche un modo per avere qualcosa di ciò che desidero, per tenermene almeno un pezzetto…”. Invece no, se quel coccio di cielo fosse caduto in mezzo al prato, mentre si parlava di amore perduto, di occasioni mancate, di dubbi e incertezze, magari adesso qualche traccia più evidente ci sarebbe… Non che non ci sia. Dopo aver dormito un po’, poi risvegliandosi, poi riaccasciandosi, vagando come smemorata dentro e fuori, fuori e dentro a riguardare giardino e ciò che restava della cena, tornando ancora a tuffarsi nel profumo immaginato, ha visto la coda della stella. Dentro. Strisciante e lunga come tutto il suo corpo. Argentina, fresca, impalpabile. La luminosa sensazione del miracolo. La nitida traccia di una caduta veloce di briciole di cielo, che rimane impressa nella retina anche quando non esiste già più. Dentro di sè la magica notte di parole sussurrate inaspettatamente. Magica notte di pensieri identici a fior di pelle. Magica notte di immaginazione e speranze, di autocontrollo e confidenza.  Dentro di sè la chiara immagine di un bacio mancato che vale più di tutte le fantasie… Un’indescrivibile percezione di comunione assoluta, di un’intesa tanto perfetta e tanto breve da congelare per sempre nel ricordo quel preciso istante in cui, così, senza motivo evidente, senza preamboli, senza paura, le ha detto “non ti innamorare troppo di me…”. E lei non sapeva davvero se quello era il momento di piangere, o di ridere. E allora, senza saperlo, ma sentendolo, in quel buio totale, hanno sorriso l’un l’altra, mentre sicuramente, in mezzo al bosco, la stella cadeva, non vista, in un cespuglio…

“…troppo”.

Se l’è chiesto, ripassando a mente frasi e risposte, se l’è chiesto molte molte volte, dopo averlo salutato dal fondo della salita mentre, volente o nolente, si rituffava nella quotidiana temperie. Bene. Che risposta si era data? Si può immaginare? 

No, no. Proprio impossibile. Si è ripetuta diverse volte, prima accasciandosi leggermente intontita sulla sdraio abbandonata in mezzo al prato dalla notte precedente, poi, leggermente afflitta, rimettendosi a letto. “E’ presto”, si è detta, scusandosi con se stessa di quel desiderio di compiaciuta sofferenza, “è presto, ho dormito poco…” e si è proprio rimessa a letto. Naturalmente, come una bambina confusa, ha tentato scioccamente di ritrovare tracce di un odore, di un segno.

Ma è mattina inoltrata. I segni non ci sono più. Sono più forti l’odore di temporale che sopraggiunge e del bosco in fermento, molto più evidenti i segni sotto i suoi occhi. E non sono occhiaie, sono pieghe, semplici pieghe di stupore.

Stupore.

Vega si vede chiaramente, come aveva fatto a dimenticarlo? Ha scrutato il cielo miliardi di volte, e ieri sera anche di più…

Eppure non è caduta una sola stella, non una che abbia fatto la cortesia di avverarle un pezzo di desiderio, solo un pezzetto accidenti. 

Più la voce si faceva morbida, più il cielo si rannuvolava. Eh no, eh no, sono anni, secoli e non si sa quante notti che aspetta di condividere un pezzo di stramaledetto sasso sperduto come lei in una quantità di cielo troppo vasta per capirla ma sufficientemente ampia per affidarle almeno metà dei desideri inespressi e mai esauditi! eppure, niente.

Niente. Magari fosse così.

La galassia ce l’ha nei pensieri. Vorticano talmente accelerati che difficilmente si possono distinguere dal batticuore.

“…ma che razza di idiota. Che razza di scema!”

“sei sempre te stessa…”, le aveva detto una settimana prima. Mmmm. Non che sia chiaro… voleva certo essere un complimento e lo è stato. Ma se per caso, solo per caso, cadendo, una minuscola stella, magari la più lontana e sconosciuta, stanotte, fosse precipitata nel bel mezzo di quei discorsi confusi, incendiando il tavolino sufficientemente piccolo ma non abbastanza per quella cena amichevole, ribaltando le sedie leggere da supermarket, rovesciando il vino, portando un po’ di caos in quella calma apparente e voluta, per una volta, per un attimo, per una sola notte e poi magari mai più, avrebbe detto così: “voglio fare quello che voglio io”. Ecco, l’haiku dei desideri espressi durante la caduta di una stella.

E non sentirsi dire, poi, in quel magico contatto di mani e di pensieri “tu non sei egoista…” e pensare, passato il momento di vanità, macheccavolo, io VOGLIO essere egoista!

“Voglio ricambiare questa carezza, accidenti. Voglio che sia molto chiaro che quel che stai pensando tu lo penso anche io. E poi non me ne importa un accidente dei tuoi turbamenti, ho già i miei da smistare, capire, verificare e magari soddisfare, ah!!”

Ecco. Ci va un momento a pensare questo. Più veloce della stella cadente mancata.

E ci va molto meno a sorridergli al buio, a pensare che è meglio così. A dirgli solo “sì, ma è anche un modo per avere qualcosa di ciò che desidero, per tenermene almeno un pezzetto…”. Invece no, se quel coccio di cielo fosse caduto in mezzo al prato, mentre si parlava di amore perduto, di occasioni mancate, di dubbi e incertezze, magari adesso qualche traccia più evidente ci sarebbe…

Non che non ci sia. Dopo aver dormito un po’, poi risvegliandosi, poi riaccasciandosi, vagando come smemorata dentro e fuori, fuori e dentro a riguardare giardino e ciò che restava della cena, tornando ancora a tuffarsi nel profumo immaginato, ha visto la coda della stella.

Dentro. Strisciante e lunga come tutto il suo corpo. Argentina, fresca, impalpabile.

La luminosa sensazione del miracolo. La nitida traccia di una caduta veloce di briciole di cielo, che rimane impressa nella retina anche quando non esiste già più.

Dentro di sè la magica notte di parole sussurrate inaspettatamente. Magica notte di pensieri identici a fior di pelle. Magica notte di immaginazione e speranze, di autocontrollo e confidenza. 

Dentro di sè la chiara immagine di un bacio mancato che vale più di tutte le fantasie… Un’indescrivibile percezione di comunione assoluta, di un’intesa tanto perfetta e tanto breve da congelare per sempre nel ricordo quel preciso istante in cui, così, senza motivo evidente, senza preamboli, senza paura, le ha detto “non ti innamorare troppo di me…”.

E lei non sapeva davvero se quello era il momento di piangere, o di ridere.

E allora, senza saperlo, ma sentendolo, in quel buio totale, hanno sorriso l’un l’altra, mentre sicuramente, in mezzo al bosco, la stella cadeva, non vista, in un cespuglio…

nonsense in rome Mi viene in mente la sensazione di passare in Via Veneto di notte, con la musica in quella macchina morbida, con un uomo così perfetto in quel momento, che canta piano, che parla un po’, che tiene lo sguardo sulla strada e i pensieri gli girano nella testa ma tu non li sai, eppure senti che sono fluidi e seri e ci sei anche tu. Se non era vero era vero però che io ero felice. Un buio fuori di lampioni che scintillano in una città larga alta accesa calda materna, dai grandi seni, distesa su un fianco lungo il suo fiume, sinuosa e maggiorata come i colli, e dentro la macchina lui che sa dove andare anche se non lo sa in effetti, io lì come se non ci fosse nessun altro posto più giusto per me dove stare, e il sedile mi avvolge i fianchi, la schiena è a contatto e le gambe sono sciolte libere e lui può guardare il mio profilo di nascosto quando io non lo so e io posso guardare lui quando voglio ma lui lo sa sempre. C’è musica, canzoni d’amore, le sappiamo, le cantiamo, ne conosce più di me, sa le parole. Mi viene da ridere perché sono una bambina impazzita al luna park, mi viene da piangere perché sono una donna piena di vita che si sente la pelle assorbire aria, il corpo che si alleggerisce come una nuvola, il cuore che lo riempie e mi sembra di essere sorriso e carne, respiro e luce. E quell’uomo è un totem, un sogno, un morso alla vita, è acqua fresca che mi scorre dentro. E non penso che possa finire. Non ci penso e lo guardo e lo guardo e lui lo sa e magari lo dice. Le strade sono tante, lunghe, larghe e sento le gambe allegre e gli occhi non mi bastano per guardare fuori e dentro di me. E vorrei baciarlo e vorrei andare in quelle strade finchè non passino anni e giorni e le strade diventino una matassa colorata aggrovigliata come lo eravamo noi nel pomeriggio caldo caldo o in quel temporale come lo saremo dopo e magari domani e ancora e ancora spero spero lo dicono tutti i pori della mia pelle e ogni cellula che vortica nel mio cervello come se fosse ubriaca di tutta questa vita. Fiume strada tunnel fiume salita discesa muraglioni alberi lampioni autobus fiume ponti e io voglio essere qui sempre per sempre non voglio mai più tornare. Dimmelo che mi vuoi, dimmi che queste strade sono tue e che mi ci porterai avanti e indietro attraverso tutte le notti che restano. Se mi metti una mano sulla spalla e appoggi la bocca alla mia si infila tra noi un pezzo di quel cielo enorme e non mi bastano nemmeno ora gli occhi per guardarti a ricordare alla perfezione anche domani quelle rughe a raggio di sole che hai ai lati delle ciglia, non mi bastano le mani per scoprire la mappa della tua pelle e non ho tempo tutta la vita per sentire il sapore che hai nelle diverse ore del giorno. Voglio sapere di che materia sei fatto, voglio infilarmi tra le tue braccia quando le pieghi e incastrarmi tra il collo e la croce che ti accarezza quando ti muovi. Voglio stare appoggiata al calore della tua schiena come una lucertola che si scalda, come un tatuaggio. E quando apri gli occhi per un attimo, mi cerchi e dormi ancora, sono assunta in cielo. Chi sei, come mai sai sempre cosa dire all’anima mia che si sente libera, che sta per scapparmi dalla bocca, dagli occhi per saltellare sul mio viso e guardarmi con il tuo sorriso che è come un lampo di luce. Come puoi sapere chi sono io così bene da dire le cose che mi servono per crederci ancora, per sapere che dentro di me ci sono chilometri di strade come quelle che ho visto con te, luminose, ampie.  Mi sono riempita di te senza saperlo niente consapevolezza e così ho perso le sfumature e ho lasciato scorrere minuti di te che non so come riprendere e questa è tristezza che mi taglia in due, sento la lama che si infila nel collo, sotto il mento e scende, mi spacca in due il petto, mi frena le gambe, mi incolla i piedi alla terra. E poi però ti ho preso i respiri mentre dormivi, ho mangiato con gli sguardi ogni battito di palpebra e sento ancora il calore della mano tua  e la mia sulla leva del cambio, appoggiata la prima volta sulla mia gamba, la mano che mi trascina dolce nelle strade a piedi, la mano che mi chiama e mi porta verso di te, la mano che mi tiene la notte, ti ho rubato un po’ mentre ti pettinavi mentre guardi il telefono e pensi alla tua vita, ti ho rubato un po’ mentre usi gli occhi della vita e l’anima tua solo tua pensando a cose che non so, a cose che vorrei mie. E questa è felicità e mi schianta e invece di una lama fredda, è un fuoco alto che non so domare è il colore di quel cielo infinito dove si stagliava l’albero davanti al n.73.

nonsense in rome

Mi viene in mente la sensazione di passare in Via Veneto di notte, con la musica in quella macchina morbida, con un uomo così perfetto in quel momento, che canta piano, che parla un po’, che tiene lo sguardo sulla strada e i pensieri gli girano nella testa ma tu non li sai, eppure senti che sono fluidi e seri e ci sei anche tu.

Se non era vero era vero però che io ero felice.

Un buio fuori di lampioni che scintillano in una città larga alta accesa calda materna, dai grandi seni, distesa su un fianco lungo il suo fiume, sinuosa e maggiorata come i colli, e dentro la macchina lui che sa dove andare anche se non lo sa in effetti, io lì come se non ci fosse nessun altro posto più giusto per me dove stare, e il sedile mi avvolge i fianchi, la schiena è a contatto e le gambe sono sciolte libere e lui può guardare il mio profilo di nascosto quando io non lo so e io posso guardare lui quando voglio ma lui lo sa sempre.

C’è musica, canzoni d’amore, le sappiamo, le cantiamo, ne conosce più di me, sa le parole. Mi viene da ridere perché sono una bambina impazzita al luna park, mi viene da piangere perché sono una donna piena di vita che si sente la pelle assorbire aria, il corpo che si alleggerisce come una nuvola, il cuore che lo riempie e mi sembra di essere sorriso e carne, respiro e luce. E quell’uomo è un totem, un sogno, un morso alla vita, è acqua fresca che mi scorre dentro.

E non penso che possa finire. Non ci penso e lo guardo e lo guardo e lui lo sa e magari lo dice.

Le strade sono tante, lunghe, larghe e sento le gambe allegre e gli occhi non mi bastano per guardare fuori e dentro di me. E vorrei baciarlo e vorrei andare in quelle strade finchè non passino anni e giorni e le strade diventino una matassa colorata aggrovigliata come lo eravamo noi nel pomeriggio caldo caldo o in quel temporale come lo saremo dopo e magari domani e ancora e ancora spero spero lo dicono tutti i pori della mia pelle e ogni cellula che vortica nel mio cervello come se fosse ubriaca di tutta questa vita.

Fiume strada tunnel fiume salita discesa muraglioni alberi lampioni autobus fiume ponti e io voglio essere qui sempre per sempre non voglio mai più tornare. Dimmelo che mi vuoi, dimmi che queste strade sono tue e che mi ci porterai avanti e indietro attraverso tutte le notti che restano.

Se mi metti una mano sulla spalla e appoggi la bocca alla mia si infila tra noi un pezzo di quel cielo enorme e non mi bastano nemmeno ora gli occhi per guardarti a ricordare alla perfezione anche domani quelle rughe a raggio di sole che hai ai lati delle ciglia, non mi bastano le mani per scoprire la mappa della tua pelle e non ho tempo tutta la vita per sentire il sapore che hai nelle diverse ore del giorno.

Voglio sapere di che materia sei fatto, voglio infilarmi tra le tue braccia quando le pieghi e incastrarmi tra il collo e la croce che ti accarezza quando ti muovi. Voglio stare appoggiata al calore della tua schiena come una lucertola che si scalda, come un tatuaggio. E quando apri gli occhi per un attimo, mi cerchi e dormi ancora, sono assunta in cielo.

Chi sei, come mai sai sempre cosa dire all’anima mia che si sente libera, che sta per scapparmi dalla bocca, dagli occhi per saltellare sul mio viso e guardarmi con il tuo sorriso che è come un lampo di luce. Come puoi sapere chi sono io così bene da dire le cose che mi servono per crederci ancora, per sapere che dentro di me ci sono chilometri di strade come quelle che ho visto con te, luminose, ampie. 

Mi sono riempita di te senza saperlo niente consapevolezza e così ho perso le sfumature e ho lasciato scorrere minuti di te che non so come riprendere e questa è tristezza che mi taglia in due, sento la lama che si infila nel collo, sotto il mento e scende, mi spacca in due il petto, mi frena le gambe, mi incolla i piedi alla terra. E poi però ti ho preso i respiri mentre dormivi, ho mangiato con gli sguardi ogni battito di palpebra e sento ancora il calore della mano tua  e la mia sulla leva del cambio, appoggiata la prima volta sulla mia gamba, la mano che mi trascina dolce nelle strade a piedi, la mano che mi chiama e mi porta verso di te, la mano che mi tiene la notte, ti ho rubato un po’ mentre ti pettinavi mentre guardi il telefono e pensi alla tua vita, ti ho rubato un po’ mentre usi gli occhi della vita e l’anima tua solo tua pensando a cose che non so, a cose che vorrei mie. E questa è felicità e mi schianta e invece di una lama fredda, è un fuoco alto che non so domare è il colore di quel cielo infinito dove si stagliava l’albero davanti al n.73.

angeli c’era una scala nera. talmente lunga da sembrare che potesse raggiungere il cielo, non discenderne… intorno un bianco soffice, disteso placido sui tetti, e un silenzio notturno di riposo totale… un po’ più in là, ancora un po’, ecco, così… l’angelo stagliato contro il cielo carico di neve, mescolato ai fiocchi danzanti, pareva nero come la scala lunga senza inizio e senza fine. mi ha svegliato da un sonno profondo e caldo e mi ha appena intravista nel cappotto infilato sul pigiama, in mezzo a quei fiocchi, nella notte gelida delle tre… posso fare qualcosa? gli ho chiesto. Ha aperto la mano, mi ha fatto un cenno veloce e allora sono rientrata, lasciandogli accesa la luce. un angelo non può essere nero. sotto, sulla strada, al fondo della scala, luci roteanti e poco colore nella notte sempre più bianca. di angeli ce n’erano altri, e si affannavano a salire, invece che a discendere.. la scala nera era appoggiata al muro della casa. in cima alla casa l’angelo nero attendeva i suoi compagni, aspettava di entrare, calmo all’apparenza. giunti finalmente in cima alla scala nera, li ho sentiti mormorare e poi solo rumori, sordi e lievi, e tonfi pesanti, e stridii e movimenti impercettibili, e battiti e clangori. ascoltavo tutto, seduta sul bordo del letto: oltre i muri della mia stanza, i rumori sconosciuti di una stanza sconosciuta dove gli angeli erano finalmente entrati a fatica. poi più niente. osavo guardare la neve dietro la finestra soltanto con un angolo dell’occhio. il cuore batteva pesante, mai visto prima così da vicino un angelo… non era nero, nè nera era la scala, e neppure neri erano i suoi compagni. era nera la notte, malgrado la neve. nera senza respiro, nera a scacciare la gioia della neve.

angeli

c’era una scala nera. talmente lunga da sembrare che potesse raggiungere il cielo, non discenderne… intorno un bianco soffice, disteso placido sui tetti, e un silenzio notturno di riposo totale…

un po’ più in là, ancora un po’, ecco, così… l’angelo stagliato contro il cielo carico di neve, mescolato ai fiocchi danzanti, pareva nero come la scala lunga senza inizio e senza fine. mi ha svegliato da un sonno profondo e caldo e mi ha appena intravista nel cappotto infilato sul pigiama, in mezzo a quei fiocchi, nella notte gelida delle tre…

posso fare qualcosa? gli ho chiesto. Ha aperto la mano, mi ha fatto un cenno veloce e allora sono rientrata, lasciandogli accesa la luce.

un angelo non può essere nero.

sotto, sulla strada, al fondo della scala, luci roteanti e poco colore nella notte sempre più bianca. di angeli ce n’erano altri, e si affannavano a salire, invece che a discendere..

la scala nera era appoggiata al muro della casa. in cima alla casa l’angelo nero attendeva i suoi compagni, aspettava di entrare, calmo all’apparenza.

giunti finalmente in cima alla scala nera, li ho sentiti mormorare e poi solo rumori, sordi e lievi, e tonfi pesanti, e stridii e movimenti impercettibili, e battiti e clangori. ascoltavo tutto, seduta sul bordo del letto: oltre i muri della mia stanza, i rumori sconosciuti di una stanza sconosciuta dove gli angeli erano finalmente entrati a fatica.

poi più niente.

osavo guardare la neve dietro la finestra soltanto con un angolo dell’occhio. il cuore batteva pesante, mai visto prima così da vicino un angelo…

non era nero, nè nera era la scala, e neppure neri erano i suoi compagni.

era nera la notte, malgrado la neve. nera senza respiro, nera a scacciare la gioia della neve.

sguardo all’isola - 9 marzo 2010 tre donne. una ha capelli neri, molto neri, anima lunga, occhi grandi. sgranati e un po’ lucidi, guarda e nella sua testa i pensieri sono una ragnatela. l’altra è minuscola, talmente minuscola che pare possa stare in una mano, e comunque certamente è una strana sensazione tenerla stretta tra le braccia… guarda anche lei, e forse si incanta, o forse non capisce… ma si ricorda… l’ultima è la più vecchia, si commuove un po’ troppo e un po’ troppo rimpiange. il cuore è zeppo di pensieri, pesanti, antichi, malinconici, ma così luminosi che forse è per questo che gli occhi luccicano. Non è pianto, forse è l’immensità che sta guardando insieme all’anima lunga piena di timori e alla piccolina che tiene in braccio: il loro mare lontano, che scroscia loro nell’anima, avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro…

sguardo all’isola - 9 marzo 2010

tre donne.

una ha capelli neri, molto neri, anima lunga, occhi grandi. sgranati e un po’ lucidi, guarda e nella sua testa i pensieri sono una ragnatela.

l’altra è minuscola, talmente minuscola che pare possa stare in una mano, e comunque certamente è una strana sensazione tenerla stretta tra le braccia… guarda anche lei, e forse si incanta, o forse non capisce… ma si ricorda…

l’ultima è la più vecchia, si commuove un po’ troppo e un po’ troppo rimpiange. il cuore è zeppo di pensieri, pesanti, antichi, malinconici, ma così luminosi che forse è per questo che gli occhi luccicano. Non è pianto, forse è l’immensità che sta guardando insieme all’anima lunga piena di timori e alla piccolina che tiene in braccio: il loro mare lontano, che scroscia loro nell’anima, avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro…