proprio non posso
ostinandoti non otterrai nulla.
vale per te. la direzione netta in avanti senza possibilità di curve a gomito e ritorni, senza mai la breve indulgenza di un passo indeciso tra l’avanti e l’indietro, vale per ogni tua mossa. l’ostinazione ti porta ancora avanti, ma è ostile al tuo sentire, e non servirà per sempre fingere di non saperlo.
ostinandomi, d’altro canto, io cosa ho ottenuto? anni di solitaria testarda mania, una specie di voto, un eterno fioretto “dio mio, fa’ che decida, fa’ che torni sui suoi passi”.
in cambio io dono la mia vita, e se per caso ogni tanto, confusa da bagliori che oro non sono, attratta da sirene immaginate o persa in pensieri migliori, riesco ancora a sentirmici libera, chiedo scusa per aver tentato di vivere davvero. non è servito sapere che mi sarei chiusa in una gabbia che giorno per giorno avrei costruito io stessa, so che fingerò ancora.
ma proprio non posso dirti che domani mattina avrò chiara nella mente la parola “basta”. proprio non posso pensare nemmeno di saper salpare per un lido diverso dal mio e raggiungerlo fiera senza potertelo descrivere e sapere che capisci e immagini con gli stessi miei occhi.
non è ancora possibile che il passo in direzione inversa lo faccia io, che guardandomi dentro ritrovi un angolo mio che tu non abbia contaminato con questo snervante onnipresente continuo pensiero preciso di quale sia l’odore del mare o il silenzio che riesce a farti entrare dentro, e che più scende e più smuove i pensieri e allora poi, se non approdi, il rumore diventa infernale e quel silenzio è un’eco perfetta per renderti sordo.
come posso credere di poter prendere un treno, guardarti da lontano mentre ti si curva sempre di più la schiena, tentando di abituare il mio sguardo al tuo volto che cambia più in fretta del mio, senza che io abbia mai potuto godere del passaggio che la tua bocca ha fatto dal rosso carminio a quello più scuro, senza poter passare un dito a misurare la lunghezza di rughe che non ho saputo immaginare al posto giusto sulla carta del tuo viso che con la mente ho percorso per anni, cercando la rotta, ‘chè il porto lo conosco bene, ma continuo a non saperlo raggiungere. guardarti nel freddo settentrionale che ti ha rattrappitto il sangue nelle vene e i sogni nel cuore, e ha convinto ogni tua cellula ad arrendersi a un moto perpetuo circolare che non porterà mai altrove.

non ce la faccio. non i tendini, non i muscoli, non i nervi, non più un piccolo impulso dal cervello riesce a sostenere l’idea che tu sparisca dalla visione dell’orizzonte, che si sta curvando fin quasi a sparire, che si annebbia man mano che si allontana, ma fisso nel mezzo ha pur sempre quel punto di luce che mi costringe a tener alto lo sguardo.
proprio non posso distrarmi, abbassarlo un momento e riposarlo. se alzandolo non ti trovassi ancora lì, stagliato nel centro, proprio non potrei saper come vivere altrove.