angeli
c’era una scala nera. talmente lunga da sembrare che potesse raggiungere il cielo, non discenderne… intorno un bianco soffice, disteso placido sui tetti, e un silenzio notturno di riposo totale…
un po’ più in là, ancora un po’, ecco, così… l’angelo stagliato contro il cielo carico di neve, mescolato ai fiocchi danzanti, pareva nero come la scala lunga senza inizio e senza fine. mi ha svegliato da un sonno profondo e caldo e mi ha appena intravista nel cappotto infilato sul pigiama, in mezzo a quei fiocchi, nella notte gelida delle tre…
posso fare qualcosa? gli ho chiesto. Ha aperto la mano, mi ha fatto un cenno veloce e allora sono rientrata, lasciandogli accesa la luce.
un angelo non può essere nero.
sotto, sulla strada, al fondo della scala, luci roteanti e poco colore nella notte sempre più bianca. di angeli ce n’erano altri, e si affannavano a salire, invece che a discendere..
la scala nera era appoggiata al muro della casa. in cima alla casa l’angelo nero attendeva i suoi compagni, aspettava di entrare, calmo all’apparenza.
giunti finalmente in cima alla scala nera, li ho sentiti mormorare e poi solo rumori, sordi e lievi, e tonfi pesanti, e stridii e movimenti impercettibili, e battiti e clangori. ascoltavo tutto, seduta sul bordo del letto: oltre i muri della mia stanza, i rumori sconosciuti di una stanza sconosciuta dove gli angeli erano finalmente entrati a fatica.
poi più niente.
osavo guardare la neve dietro la finestra soltanto con un angolo dell’occhio. il cuore batteva pesante, mai visto prima così da vicino un angelo…
non era nero, nè nera era la scala, e neppure neri erano i suoi compagni.
era nera la notte, malgrado la neve. nera senza respiro, nera a scacciare la gioia della neve.