nonsense in rome
Mi viene in mente la sensazione di passare in Via Veneto di notte, con la musica in quella macchina morbida, con un uomo così perfetto in quel momento, che canta piano, che parla un po’, che tiene lo sguardo sulla strada e i pensieri gli girano nella testa ma tu non li sai, eppure senti che sono fluidi e seri e ci sei anche tu.
Se non era vero era vero però che io ero felice.
Un buio fuori di lampioni che scintillano in una città larga alta accesa calda materna, dai grandi seni, distesa su un fianco lungo il suo fiume, sinuosa e maggiorata come i colli, e dentro la macchina lui che sa dove andare anche se non lo sa in effetti, io lì come se non ci fosse nessun altro posto più giusto per me dove stare, e il sedile mi avvolge i fianchi, la schiena è a contatto e le gambe sono sciolte libere e lui può guardare il mio profilo di nascosto quando io non lo so e io posso guardare lui quando voglio ma lui lo sa sempre.
C’è musica, canzoni d’amore, le sappiamo, le cantiamo, ne conosce più di me, sa le parole. Mi viene da ridere perché sono una bambina impazzita al luna park, mi viene da piangere perché sono una donna piena di vita che si sente la pelle assorbire aria, il corpo che si alleggerisce come una nuvola, il cuore che lo riempie e mi sembra di essere sorriso e carne, respiro e luce. E quell’uomo è un totem, un sogno, un morso alla vita, è acqua fresca che mi scorre dentro.
E non penso che possa finire. Non ci penso e lo guardo e lo guardo e lui lo sa e magari lo dice.
Le strade sono tante, lunghe, larghe e sento le gambe allegre e gli occhi non mi bastano per guardare fuori e dentro di me. E vorrei baciarlo e vorrei andare in quelle strade finchè non passino anni e giorni e le strade diventino una matassa colorata aggrovigliata come lo eravamo noi nel pomeriggio caldo caldo o in quel temporale come lo saremo dopo e magari domani e ancora e ancora spero spero lo dicono tutti i pori della mia pelle e ogni cellula che vortica nel mio cervello come se fosse ubriaca di tutta questa vita.
Fiume strada tunnel fiume salita discesa muraglioni alberi lampioni autobus fiume ponti e io voglio essere qui sempre per sempre non voglio mai più tornare. Dimmelo che mi vuoi, dimmi che queste strade sono tue e che mi ci porterai avanti e indietro attraverso tutte le notti che restano.
Se mi metti una mano sulla spalla e appoggi la bocca alla mia si infila tra noi un pezzo di quel cielo enorme e non mi bastano nemmeno ora gli occhi per guardarti a ricordare alla perfezione anche domani quelle rughe a raggio di sole che hai ai lati delle ciglia, non mi bastano le mani per scoprire la mappa della tua pelle e non ho tempo tutta la vita per sentire il sapore che hai nelle diverse ore del giorno.
Voglio sapere di che materia sei fatto, voglio infilarmi tra le tue braccia quando le pieghi e incastrarmi tra il collo e la croce che ti accarezza quando ti muovi. Voglio stare appoggiata al calore della tua schiena come una lucertola che si scalda, come un tatuaggio. E quando apri gli occhi per un attimo, mi cerchi e dormi ancora, sono assunta in cielo.

Chi sei, come mai sai sempre cosa dire all’anima mia che si sente libera, che sta per scapparmi dalla bocca, dagli occhi per saltellare sul mio viso e guardarmi con il tuo sorriso che è come un lampo di luce. Come puoi sapere chi sono io così bene da dire le cose che mi servono per crederci ancora, per sapere che dentro di me ci sono chilometri di strade come quelle che ho visto con te, luminose, ampie.
Mi sono riempita di te senza saperlo niente consapevolezza e così ho perso le sfumature e ho lasciato scorrere minuti di te che non so come riprendere e questa è tristezza che mi taglia in due, sento la lama che si infila nel collo, sotto il mento e scende, mi spacca in due il petto, mi frena le gambe, mi incolla i piedi alla terra. E poi però ti ho preso i respiri mentre dormivi, ho mangiato con gli sguardi ogni battito di palpebra e sento ancora il calore della mano tua e la mia sulla leva del cambio, appoggiata la prima volta sulla mia gamba, la mano che mi trascina dolce nelle strade a piedi, la mano che mi chiama e mi porta verso di te, la mano che mi tiene la notte, ti ho rubato un po’ mentre ti pettinavi mentre guardi il telefono e pensi alla tua vita, ti ho rubato un po’ mentre usi gli occhi della vita e l’anima tua solo tua pensando a cose che non so, a cose che vorrei mie. E questa è felicità e mi schianta e invece di una lama fredda, è un fuoco alto che non so domare è il colore di quel cielo infinito dove si stagliava l’albero davanti al n.73.