“miseri ruscelli senza fonte…”

Dirlo non sarebbe niente. Il guaio è pensarlo.
Provare ad accettare quella specie di vortice che risucchia i pensieri, e li scombina.
Tanta fatica per niente, un lungo lavoro di osservazione, ricerca, controllo… e poi, conclusioni, affermazioni, certezze.
Il vortice nasce dallo stomaco, risale in gola, la strozza e raggiunge il cervello. Si insedia, lo occupa senza tregua, dal centro ai confini. Ne diventa padrone, lo manipola, si insinua e si incolla alle fibre.
E comincia la danza dei pensieri. Si scollano, crollano, si avvolgono l’un l’altro, si mescolano e si confondono. Non è servito osservare, nè controllare. I giudizi implacabili si sgretolano, le decisioni più ferme svaniscono.
Il motivo è sconosciuto, indefinibile, inafferrabile. Resistere alla gola affamata del vortice è impossibile, non si trova la forza, nè il convincimento.
Confusione. Dominante e sfiancante, totale e inarrestabile. La ricerca di un punto fermo è destinata a fallire, la gravità è assente, la concentrazione inesistente.
Quella danza di pensieri è oscura, un sabba di desideri e repulsione, un guazzabuglio in cui si mescola la misera volontà e l’insidiosa curiosità.
E dirlo è proprio niente. Che male c’è a rimescolare le carte, a rilanciare, a tentare la sorte? Il vero problema è accettarlo. Buttare sul tavolo la posta più alta, e rien ne va plus.
Vincere o perdere non conta, giocare è l’invito.
Per premio qualche tremito, forse due lacrime, il tempo che volerà di nuovo via.
Passato il vortice della tempesta, cosa resta?