“…troppo”.
Se l’è chiesto, ripassando a mente frasi e risposte, se l’è chiesto molte molte volte, dopo averlo salutato dal fondo della salita mentre, volente o nolente, si rituffava nella quotidiana temperie. Bene. Che risposta si era data? Si può immaginare?
No, no. Proprio impossibile. Si è ripetuta diverse volte, prima accasciandosi leggermente intontita sulla sdraio abbandonata in mezzo al prato dalla notte precedente, poi, leggermente afflitta, rimettendosi a letto. “E’ presto”, si è detta, scusandosi con se stessa di quel desiderio di compiaciuta sofferenza, “è presto, ho dormito poco…” e si è proprio rimessa a letto. Naturalmente, come una bambina confusa, ha tentato scioccamente di ritrovare tracce di un odore, di un segno.
Ma è mattina inoltrata. I segni non ci sono più. Sono più forti l’odore di temporale che sopraggiunge e del bosco in fermento, molto più evidenti i segni sotto i suoi occhi. E non sono occhiaie, sono pieghe, semplici pieghe di stupore.
Stupore.
Vega si vede chiaramente, come aveva fatto a dimenticarlo? Ha scrutato il cielo miliardi di volte, e ieri sera anche di più…
Eppure non è caduta una sola stella, non una che abbia fatto la cortesia di avverarle un pezzo di desiderio, solo un pezzetto accidenti.
Più la voce si faceva morbida, più il cielo si rannuvolava. Eh no, eh no, sono anni, secoli e non si sa quante notti che aspetta di condividere un pezzo di stramaledetto sasso sperduto come lei in una quantità di cielo troppo vasta per capirla ma sufficientemente ampia per affidarle almeno metà dei desideri inespressi e mai esauditi! eppure, niente.
Niente. Magari fosse così.
La galassia ce l’ha nei pensieri. Vorticano talmente accelerati che difficilmente si possono distinguere dal batticuore.
“…ma che razza di idiota. Che razza di scema!”
“sei sempre te stessa…”, le aveva detto una settimana prima. Mmmm. Non che sia chiaro… voleva certo essere un complimento e lo è stato. Ma se per caso, solo per caso, cadendo, una minuscola stella, magari la più lontana e sconosciuta, stanotte, fosse precipitata nel bel mezzo di quei discorsi confusi, incendiando il tavolino sufficientemente piccolo ma non abbastanza per quella cena amichevole, ribaltando le sedie leggere da supermarket, rovesciando il vino, portando un po’ di caos in quella calma apparente e voluta, per una volta, per un attimo, per una sola notte e poi magari mai più, avrebbe detto così: “voglio fare quello che voglio io”. Ecco, l’haiku dei desideri espressi durante la caduta di una stella.
E non sentirsi dire, poi, in quel magico contatto di mani e di pensieri “tu non sei egoista…” e pensare, passato il momento di vanità, macheccavolo, io VOGLIO essere egoista!
“Voglio ricambiare questa carezza, accidenti. Voglio che sia molto chiaro che quel che stai pensando tu lo penso anche io. E poi non me ne importa un accidente dei tuoi turbamenti, ho già i miei da smistare, capire, verificare e magari soddisfare, ah!!”
Ecco. Ci va un momento a pensare questo. Più veloce della stella cadente mancata.
E ci va molto meno a sorridergli al buio, a pensare che è meglio così. A dirgli solo “sì, ma è anche un modo per avere qualcosa di ciò che desidero, per tenermene almeno un pezzetto…”. Invece no, se quel coccio di cielo fosse caduto in mezzo al prato, mentre si parlava di amore perduto, di occasioni mancate, di dubbi e incertezze, magari adesso qualche traccia più evidente ci sarebbe…

Non che non ci sia. Dopo aver dormito un po’, poi risvegliandosi, poi riaccasciandosi, vagando come smemorata dentro e fuori, fuori e dentro a riguardare giardino e ciò che restava della cena, tornando ancora a tuffarsi nel profumo immaginato, ha visto la coda della stella.
Dentro. Strisciante e lunga come tutto il suo corpo. Argentina, fresca, impalpabile.
La luminosa sensazione del miracolo. La nitida traccia di una caduta veloce di briciole di cielo, che rimane impressa nella retina anche quando non esiste già più.
Dentro di sè la magica notte di parole sussurrate inaspettatamente. Magica notte di pensieri identici a fior di pelle. Magica notte di immaginazione e speranze, di autocontrollo e confidenza.
Dentro di sè la chiara immagine di un bacio mancato che vale più di tutte le fantasie… Un’indescrivibile percezione di comunione assoluta, di un’intesa tanto perfetta e tanto breve da congelare per sempre nel ricordo quel preciso istante in cui, così, senza motivo evidente, senza preamboli, senza paura, le ha detto “non ti innamorare troppo di me…”.
E lei non sapeva davvero se quello era il momento di piangere, o di ridere.
E allora, senza saperlo, ma sentendolo, in quel buio totale, hanno sorriso l’un l’altra, mentre sicuramente, in mezzo al bosco, la stella cadeva, non vista, in un cespuglio…